Sampierdarena, il ristorante dei grossisti di stupefacente è chiuso, i cittadini ringraziano e chiedono: «Mai più locali così»

Un lenzuolo è stato appeso dai residenti. Il messaggio è per le autorità. In poche parole si legge sia il ringraziamento alla polizia locale per aver determinato la chiusura della centrale da cui partivano ingenti quantità di coca e crack, distribuiti anche direttamente dal bancone dell’esercizio (col conseguente viavai di pusher in zona) sia la richiesta di non far aprire locali etnici in futuro. Una richiesta, quest’ultima, che non potrà essere soddisfatta per diversi motivi di legge. Ecco perché

Le saracinesche del locale-shisha bar (il titolare aveva ottenuto anche una licenza dai monopoli per la vendita di tabacco da narghilè) di piazza Barabino sono abbassate perché i titolari, una coppia, sono in carcere dopo essere stati arrestati perché accusati di distribuire coca e crack ai pusher, per un volume di vendite pari a circa 15 mila euro al mese, nell’ambito dell’inchiesta della PL “Not Dom” che vede 32 persone in carcere di cui 20 sottoposte a misure cautelari. le immagini riprese dalle telecamere utilizzate dal Gocs (Gruppo Operativo Contrasto Stupefacenti del nucleo Centro Storico della Polizia Locale) mostrano il viavai dei “cavalli” che vanno ad approvvigionarsi. e le mani che veloci forniscono lo stupefacente ai “dettaglianti” che lo avrebbero poi spacciato sul territorio del centro storico e in Darsena.





Piazza Barabino e strade limitrofe è uno degli epicentri dello spaccio di droga fuori dal centro storico. I residenti chiedono da tempo di non fare aprire locali etnici in zona., riconducendo solo a quelli un ventaglio di supposte responsabilità per quanto riguarda l’insicurezza vera o percepita. Cosa che non è possibile fare: la legge non consente se non in luoghi particolari il contingentamento merceologico (comunque, solo per un ristretto novero di beni e servizi) e di sicuro non consente di discriminare per nazione di provenienza chi avvia una libera impresa privata. Con le liberalizzazioni delle licenze, ormai da molti anni chiunque può aprire un negozio dove vuole: deve solo comunicarlo e, in caso decida di vendere alimentari, possedere i requisiti igienico-sanitari. Le licenze ci sono ancora per i pubblici esercizi (bar e ristoranti), ma in questo caso non si può limitare più di tanto: anche in questo caso è sufficiente che esistano i requisiti igienico-sanitari (che sono diversi da quelli dei negozi, ad esempio è obbligatorio mettere n bagno a disposizione di clienti e non) e, comunque, le licenze di possono anche comperare e trasferire.
È ovvio ed evidente, per i dettami della Costituzione, che non è possibile impedire a persone di origine straniera di aprire un’attività. È giusto così: sono molte le aziende perfettamente lecite e non sarebbe giusto discriminarle così come non si può impedire a un italiano di aprire un bar solo perché in un altro bar sono stati commessi dei reati da un titolare italiano. La responsabilità, per la legge, è personale. È vero che i residenti di certe zone di Sampierdarena ormai non hanno attorno a casa che saracinesche chiuse e locali etnici dove le persone straniere possono acquistare soprattutto prodotti della loro tradizione e quindi ci sono pochi prodotti italiani da poter comperare vicino a casa. In certe aree della città sta diventando un problema pratico, un disagio reale, ma non c’è nulla di illegale: è il libero mercato che si applica all’evoluzione della società. È vero anche che il locale di piazza Barabino era una vera e propria centrale di spaccio all’ingrosso e che il ristorante veniva gestito da cittadini senegalesi, ma estendere la responsabilità a tutti i senegalesi o addirittura a tutti gli stranieri, oltre che illegittimo, è puro razzismo: tanti sono i cittadini stranieri che gestiscono le loro piccole imprese nella piena legalità.
La richiesta dei cittadini che hanno appeso il lenzuolo con la scritta: “Mai più locali così. Sampierdarena ringrazia” non potrà essere accolta, indipendentemente dal colore della giunta che amministra la città. A impedirlo sono leggi dello Stato. A fare la differenza non possono essere che i controlli che, come questo caso insegna, ci sono. Non solo per quanto riguarda lo spaccio, ma anche per le norme igieniche. Per quanto riguarda l’igiene e le nome di sicurezza (intese come safety e non come security), sono moltissimi ogni anno gli esercizi (italiani e stranieri) che vengono chiusi dalla Asl e che possono riaprire solo quando avranno ristabilito le condizioni di legge. Un caso noto a tutti, molto recente, è quello di un ristorante italiano di San Fruttuoso che non solo è stato chiuso per mancanza dei requisiti previsti, ma al termini dei lavori per ripristinare le condizioni, non ha ricevuto l’autorizzazione a riprendere l’attività, nonostante fosse stata annunciata la riapertura, perché gli interventi non bastavano a garantire i requisiti previsti dalle norme.
Non resta, quindi, che affidarsi ai controlli, sia per quanto riguarda la sicurezza sia per quanto riguarda l’igiene, sia per le attività etniche sia per quelle italiane. C’è anche molto da fare sul piano sociale per costruire sia l’inclusione sia una armonica convivenza tra cittadini italiani e cittadini di origine straniera nelle zone dove ormai questi ultimi sono numerosissimi e dove, di conseguenza, aprono i negozi etnici che rispondono a una domanda di consumi diversa da quella delle persone originarie del posto. Ma questo è il massimo che le istituzioni potranno fare: è un compito gravoso, non facile, tutto da sperimentare e non potrà, come si è detto, passare per lo stop alle attività gestite da non italiani. È urgentissimo, per evitare che le tensioni superino un livello di guardia che è sempre più vicino, non solo per veri e propri problemi di sicurezza come nel caso di piazza Barabino, ma anche per più diffusi problemi di vivibilità e civile convivenza.
Foto di Michele Pastorino
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